Google di nuovo nella bufera: avrebbe fuorviato gli inserzionisti

Un portavoce del colosso ha definito la nuova causa, guidata dal Procuratore Generale Ken Paxton, “piena di imprecisioni e priva di valore legale”

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Foto Unsplash by Pawel Czerwinski
newsby Alessandro Bolzani14 Gennaio 2022


Google è finita nella bufera per via di una nuova causa. L’accusa è quella di aver ingannato gli inserzionisti per anni sui prezzi e gli svolgimenti delle sue aste, creando dei programmi segreti che avrebbero abbassato i prezzi per alcune aziende, incrementando al tempo stesso i costi per gli acquirenti. La compagnia si sarebbe intascata la differenza e avrebbe usato i soldi per manipolare le future aste ed espandere il suo monopolio digitale. Il documento cita alcune dichiarazioni dei dipendenti di Google dalle quali sarebbero trapelate informazioni su queste pratiche scorrette.

La replica di Google

Google ha rigettato le accuse. Un portavoce del colosso ha definito la nuova causa “piena di imprecisioni e priva di valore legale”. Ha aggiunto che le pubblicità su Google aiutano i siti web e le applicazioni a finanziare i loro contenuti e aiutano le piccole imprese a raggiungere potenziali clienti in tutto il mondo. “C’è una competizione vigorosa nel settore della pubblicità online”, ha sottolineato.

Le aste sarebbero state ingannevoli

L’azione legale, guidata dal Procuratore Generale Ken Paxton, ha coinvolto più di una dozzina di Stati e potrebbe far passare parecchi problemi a Google. Il colosso è accusato non solo di aver inflazionato i costi delle pubblicità, ma anche di aver pressoché azzerato la competizione e limitato le opzioni dei siti web sul fronte pubblicitario. Il processo dovrebbe iniziare nel 2023.

Tra il 2010 e il 2019 l’azienda di Mountain View avrebbe messo in atto varie strategie per ingannare gli inserzionisti. In una di queste Google induceva i publisher e gli inserzionisti a credere di star partecipando a un’asta al secondo prezzo, in cui il vincitore pagava il costo della seconda puntata più alta. Tuttavia, in certe occasioni il programma utilizzato per l’asta consentiva alla terza puntata più alta di vincere, impedendo al publisher di ottenere un profitto.


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