Amazon, “violazione privacy utenti”: arriva maxi multa Ue, i precedenti

Amazon ha già presentato ricorso contro la sanzione, comminata per le cosiddette "pubblicità rilevanti": "È sproporzionata", si lamenta il colosso. Ma la pratica è nota

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newsby Marco Enzo Venturini30 Luglio 2021


Multa record ai danni di Amazon, sanzionata per 746 milioni di euro a causa di violazioni delle norme Ue sulla privacy. A infliggerla al colosso dell’e-commerce è stata l’autorità lussemburghese per la protezione dei dati. Già è arrivato l’annuncio di un ricorso, per una casistica che non è certo nuova per i big mondiali della tecnologia.

In che modo Amazon avrebbe violato la privacy

La sanzione riguarda infatti le modalità attraverso cui gli utenti si ritrovano promozioni “ad hoc”, attentamente studiate in base ai propri interessi e alle proprie precedenti ricerche. “La decisione relativa al modo in cui mostriamo ai clienti pubblicità rilevante, si basa su interpretazioni soggettive e inedite della normativa europea sulla privacy – ha spiegato Amazon nella nota in cui ha annunciato il ricorso –. La sanzione proposta è del tutto sproporzionata anche rispetto a tale interpretazione“.

Ciò che la società fondata da Jeff Bezos ha voluto garantire alla propria utenza è che tale strategia commerciale non lede la privacy. “Mantenere la sicurezza delle informazioni relative ai nostri clienti e la loro fiducia sono priorità assolute per noi. Non c’è stata alcuna violazione di dati personali, né alcuna esposizione a terze parti di dati relativi ai nostri clienti. Queste circostanze sono indiscutibili“, ha aggiunto Amazon. Ma la vicenda non è certo nuova.

I precedenti di Facebook e WhatsApp

Chi ha subito una multa per la stessa pratica di Amazon è per esempio Facebook, sanzionato per 7 milioni di euro dall’Antitrust a febbraio. Il motivo è non avere “ottemperato alla diffida di rimuovere la pratica scorretta sull’utilizzo dei dati degli utenti” e non avere “pubblicato la dichiarazione rettificativa richiesta dall’Autorità“. Una precedente multa da 10 milioni, datata 2018, era invece dovuta a pratiche ingannevoli per convincere gli utenti a registrarsi.

E la medesima proprietà, condivisa con Facebook, è costata cara anche a WhatsApp. Anche in questo caso ad attirare l’attenzione del comitato Ue per la privacy (Edpb) fu la condivisione dei dati personali degli utenti. Non però a fini pubblicitari, ma proprio con il social network posseduto da quello stesso Mark Zuckerberg che nel 2014 rilevò la app di messaggistica istantanea. Ma che fu messa nel mirino per una cifra compresa tra i 30 e i 50 milioni di euro. Bruscolini, se paragonati alla multa comminata ad Amazon.


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