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Ora sì, con Maradona Dio è davvero morto

Che Dio fosse morto ce lo avevano già detto il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, in una celebre frase riportata nelle sue opere “La gaia scienza” e “Così parlò Zarathustra”. Ce lo aveva ricordato, gridandolo con rabbia, Francesco Guccini, in una dura canzone di protesta scritta nel 1965. Insomma, forse lo sapevamo già. Ma quando la cronaca ha fatto risuonare la notizia della morte di Diego Armando Maradona, il Dio del calcio, tutti o quasi abbiamo fatto fatica a crederlo.

Perché credevamo che lui, almeno lui, nonostante gli eccessi fuori dal rettangolo verde, potesse essere preservato. Per le emozioni che ha dato a chi lo ha visto giocare dal vivo, a chi ne ha letto le gesta sui libri, a chi ne ha assaporato le giocate su YouTube, a chi ne ha rivissuto le imprese sportive nei murales di Napoli, a chi ha chiamato un figlio Diego, a chi se l’è tatuato addosso.

Addio Maradona, il “Dio del calcio”

E invece un arresto cardiaco se l’è portato via, per sempre. “Dio è morto”, questa volta sì. Darwin Pastorin, in “Lettera a mio figlio sul calcio”, scriveva parole che, a rileggerle ora che il “D10S” non c’è più, risuonano potenti e delicate. Come un urlo, di dolore, ma quasi sussurrato. “Il più grande campione che ho visto giocare è Diego Armando Maradona. Credimi, figlio mio, non esisterà mai più, nei secoli dei secoli, un altro come lui. Ha fatto dell’imperfezione la perfezione. Piccolo, gonfio, dedito ad albe stanche, svogliate e sbagliate, vittima di falsi amici e della volontà di andare oltre ogni regola, Maradona ha trasformato un semplicissimo pallone di cuoio in uno scrigno di bellezza”.

La bellezza che sfugge nel tran-tran della nostra vita di tutti i giorni, presi come siamo dalla frenesia del lavoro, da rapporti di convenienza, da superflue distrazioni di massa. Eppure, la bellezza c’è, intorno a noi, se la si sa cogliere. Merito di Maradona, quella di averla mostrata senza veli, senza filtri, con gol di mano, reti da metà campo, punizioni da dentro l’area. Di destro, di sinistro. Facendo letteralmente innamorare un popolo spesso ferito, come quello di Napoli. Ma anche chi, in quella biglia che rotola, vede tutto un mondo meraviglioso.

Grazie Diego, non ti dimenticheremo

Grazie Diego. Il tempo per piangerti forse è sprecato. Me lo tengo per quando anche mio figlio sarà grande, quando i video su YouTube non saranno ancora andati in pensione e potrò raccontargli come hai dipinto la bellezza, quella su tela verde. Facendo cadere qualche lacrima di dispiacere. Ma intanto quello scrigno continuerà a rotolare e nessuno (o quasi) potrà farlo come hai fatto tu, ancora per molto. Perché tu sei stato e resterai inarrivabile. Dio è davvero morto, ora sì. Posso dirlo anche io.

Gabriele Cavallaro

Da sempre appassionato di scrittura, giornalista pubblicista dal 2011, amo alla follia mio figlio Tommaso. Poi anche il calcio, il mare, i tramonti, la musica, i libri, la vita a colori ma anche quella in bianco e nero. Ho un gatto e sono convinto, come diceva qualcuno, che chi non sa ridere non è una persona seria.

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