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Sono ufficialmente iniziate le Olimpiadi invernali di Pechino 2022

Sfidando la pandemia di Covid-19 e mesi di polemiche internazionali, le Olimpiadi invernali di Pechino 2022 si sono ufficialmente aperte nella capitale cinese.
La città ospitante è isolata dal resto della Cina da un labirinto di alte recinzioni, cancelli termici e telecamere per il riconoscimento facciale: si tratta di un’Olimpiade come nessun’altra nella storia.
La politica, le proteste e i protocolli Covid sono diventati una parte inevitabile nella preparazione di questi Giochi. Ma che rischiano di soffocare anche le libertà del popolo cinese, sottoposto a rigidi controlli e lockdown. La risposta della Cina sarà un test importante per il leader del paese Xi Jinping, che si sta preparando per un terzo mandato questo autunno.

Le Olimpiadi sono un palcoscenico per la Cina di Xi

Il mondo sta rivolgendo gli occhi alla Cina e la Cina è pronta, ha detto Xi giovedì prima della cerimonia di apertura.

Per il Partito Comunista cinese al governo, i Giochi offriranno un momento di trionfo nazionale, poiché Pechino diventerà la prima città ad aver ospitato, sia le Olimpiadi estive, che quelle invernali. È anche il primo grande evento globale all’interno della Cina da quando il Paese ha chiuso i propri confini ormai due anni fa.

Ma tra il pubblico cinese, l’entusiasmo per i Giochi invernali impallidisce rispetto a quello del 2008, quando tutta Pechino si fermò per assistere alla cerimonia di apertura dei Giochi sui grandi schermi pubblici, desiderosa di entrare a far parte della storia. Quest’anno, in una capitale blindata, sono andati in scena ben pochi festeggiamenti.

Dentro la bolla

Nel tentativo di mantenere i Giochi  Covid free le autorità cinesi hanno costruito una vasta rete di bolle, nota ufficialmente come “circuito chiuso“, che separa i Giochi dalla città ospite. Ciononostante, già più di 300 casi di coronavirus  sono stati rilevati nei recenti arrivi alle Olimpiadi di Pechino. Gli organizzatori, tuttavia, non sembrano preoccupati, e sostengono che la situazione sia ampiamente sotto controllo.

All’interno della bolla, il protocollo Covid domina ogni aspetto della vita: dai test quotidiani agli spostamenti tra le sedi.
L’ampio controllo richiede enormi sforzi organizzativi e manodopera, ma è anche aiutato dalla tecnologia, che gli organizzatori hanno messo in mostra.

Nel principale media center di Pechino, lavoratori con mascherine, occhiali e visiere lavorano al fianco di robot che preparano hamburger, mescolano cocktail, spazzano il pavimento e spruzzano nuvole di disinfettante. Le telecamere di sorveglianza intelligenti monitorano gli spostamenti delle persone e le esaminano non appena entrano nella sede, attivando allarmi e tracciando tutti i loro contatti stretti in caso di anomalie.

Strategia zero Covid

Per coloro che non conoscono l’approccio “zero-Covid” della Cina, il meticoloso controllo è allo stesso tempo confuso e restrittivo in modo allarmante. Spesso la prevenzione del Covid rende inutilmente difficili compiti semplici. Raramente camminare è un’opzione per aggirare il “circuito chiuso”, anche se la destinazione è a pochi isolati di distanza. I partecipanti devono invece prendere veicoli dedicati. A chiunque viaggi tra le bolle in auto o pullman ufficiali è stato detto che, in caso di incidente con un membro del pubblico, deve rimanere nel proprio veicolo. Non devono entrare in contatto.

Sugli autobus “a circuito chiuso”, i conducenti sono sigillati dietro uno spesso schermo trasparente destinato a proteggere dalla diffusione del virus.
Durante la pandemia, il Partito Comunista ha scommesso la sua legittimità politica sulla sua capacità di contenere il virus meglio di altri paesi, in particolare le democrazie occidentali, e come tale, non è disposto a correre rischi.

Ma le autorità cinesi hanno una lunga strada davanti. Mentre misure apertamente rigorose rischiano di causare inutili interruzioni ai Giochi, l’ultima cosa che Pechino vuole vedere è un’epidemia che dilaga all’interno della bolla – o peggio, che si riversa nella capitale e oltre.

Tra controversie e boicottaggi

Il motto ufficiale dei Giochi invernali, onnipresente su cartelloni pubblicitari e striscioni in tutta la città, è “Insieme per un futuro condiviso“. Ma in vista di ciò, l’evento è servito solo a mettere in luce il crescente divario tra Cina e Occidente.

La polemica è in corso da mesi. Gruppi per i diritti umani hanno chiesto il boicottaggio dei Giochi per protestare contro la situazione dei diritti umani in Cina. Tra questi il trattamento riservato agli uiguri e ad altre minoranze musulmane nello Xinjiang – che Washington ha definito un genocidio – e per la repressione delle libertà a Hong Kong.

Il silenziamento da parte di Pechino di Peng Shuai, una star del tennis cinese e tre volte olimpionica, dopo aver accusato un ex leader di alto partito di aggressione sessuale, ha ulteriormente amplificato tali richieste.
A dicembre, gli Stati Uniti hanno annunciato un boicottaggio diplomatico dei Giochi, seguiti da alleati tra cui Gran Bretagna, Australia e Canada. La scorsa settimana, una coalizione di oltre 200 organizzazioni ha chiesto che più nazioni si unissero al boicottaggio diplomatico.

La situazione è diventata imbarazzante anche per gli sponsor americani che pur avendo sborsato milioni di dollari per avere il logo delle olimpiadi sui loro prodotti hanno paura anche solo a nominare Pechino. Rischiando in patria di essere associati a un paese nemico e rischiando in Cina di perdere la faccia (oltre che un miliardo di consumatori).

Ad ogni modo la Cina si è scrollata di dosso le critiche e si è scagliata contro l’Occidente per aver politicizzato le Olimpiadi. Ma ciò non gli ha impedito di utilizzare l’evento per trasmettere il proprio messaggio politico: con noi c’è poco da scherzare.

Giulia Martensini

Classe '89, sono laureata in Giornalismo e Cultura Editoriale e mi occupo da diversi anni di redazione di contenuti per l'online e articoli in ottica SEO. Nata a Brescia, ho vissuto a Parma e Milano con una parentesi di 10 mesi a Salamanca. Lettrice accanita ed ex attivista di Greenpeace Italia, scrivo soprattutto di attualità, sostenibilità e cultura.

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