Il Festival di Sanremo si sente male. Lo diciamo così, senza troppi giri di parole, forte e chiaro (almeno questo), perché, anche quest’anno, pare un giudizio incontrovertibile. Sarà capitato a tutti, dopo un’esibizione, di guardarsi in faccia e dire: “Ma la musica non era troppo alta?” oppure: “Tutto molto bello, ma io non ci ho capito una parola“. E non dipende solo e soltanto da questa tendenza imperante tra gli artisti “gggiovani” che cantano come se avessero dei sassi in bocca, trascinando vocali e consonanti e infarcendo i propri brani con assoli di autotune.
Il motivo potrebbe essere più profondo, addirittura strutturale.
Perchè Sanremo è Sanremo… Se si sente!
Ci sentiamo subito di spezzare una lancia in favore dell’Orchestra Sinfonica di Sanremo, una delle più antiche fondazioni musicali italiane nonché uno dei motivi di prestigio più grandi per la città di Sanremo: lungi da noi mettere in discussione le abilità e la professionalità di musicisti, orchestrali e direttori d’Orchestra.
Eppure, che ci fosse qualche “nota stonata” nei livelli audio del programma di punta dell’ammiraglia Rai è stato chiaro sin dalla prima serata. “Voceeee!“ hanno urlato dalla platea, con garbo, chiaramente, proprio come si confà a chi siede sulle poltroncine dell’Ariston, al primo intervento della splendida Ornella Muti. E la scena si è ripetuta anche in occasione della seconda serata con l’incolpevole padrone di casa Amadeus costretto a urlare come un Roberto da Crema d’antan. Anche in questo caso, però, a parte qualche piccola stecca, possiamo sostenere che non sia colpa dello staff tecnico del Festival, né della RAI che trasmette l’evento.
Già nel 2019, l’edizione condotta da Claudio Baglioni e vinta da Mahmood (tra i favoriti anche quest’anno in coppia con Blanco), su Twitter si era scatenato un vero e proprio tam tam per una qualità dell’audio non all’altezza di Sanremo. D’altronde quando si organizza un Festival della canzone, se poi la canzone, per un motivo o per un altro, non si sente è inevitabile che ai telespettatori si metta la pulce nell’orecchio, giusto per restare in tema.
“Il peggiore audio di sempre“, scriveva qualcuno, con centinaia di messaggi contro gli organizzatori, la regia e i tecnici del Festival. Il classico pressapochismo un tanto al chilo tipico di chi giudica, senza conoscere, da dietro una tastiera o lo schermo di uno smartphone, alimentato da un ipercriticismo esagerato.
Tra cantanti, musica, tecnici e televisione
E allora, la colpa (se di “colpa” vogliamo parlare) di chi è?
Se, come detto, non è responsabilità dei cantanti (o per lo meno non di tutti), dell’orchestra, dei tecnici Rai e di chi più ne ha più ne metta, allora potrebbe essere colpa delle nostre Tv. Ed è proprio questa, infatti, la soluzione che molti addetti ai lavori forniscono per rispondere all’annosa questione. Sì perché, a quanto pare, attualmente la stragrande maggioranza dei televisori in commercio punterebbe tutto su di una qualità dell’immagine “dall’effetto wow”, giunta ormai ai limiti della perfezione, alla quale, però, spesso e volentieri, si accompagna una pessima qualità audio. E, quando l’audio diventa determinante per vivere appieno l’esperienza TV, ecco che il problema si ripresenta puntuale come un vocalizzo di Iva Zanicchi o un acuto di Massimo Ranieri.
Senza scendere troppo in inutili tecnicismi, infatti, le voci degli artisti e gli arrangiamenti con decine di elementi d’orchestra vengono inviati alle televisioni degli italiani tramite due soli canali audio. Il risultato è che, così facendo, spesso la musica risulti impastata, sia difficile distinguere le parole dell’artista di turno, sovrastato dai suoni dell’orchestra, e tutto risulti, semplicemente, “piatto”.
Certo, resta poi chiaro che bisbigliare dentro un microfono, producendo quello che appare come un unico, interminabile lamento, come sembra oramai prerogativa per chiunque abbia meno di 30 anni, non aiuti a facilitare la vita di chi è a casa che ascolta o, come nel caso di Sanremo, cerca di ascoltare.