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Turismo spaziale, cosa succede se qualcuno muore in orbita?

Cosa succede se qualcuno muore nello spazio? È la domanda che si pongono Christopher Newman e Nick Caplan, professori della Northumbria University in una riflessione pubblicata su The Conversation. I due esperti si sono interrogati sulle implicazioni legali e morali del dilagante fenomeno del turismo spaziale.

Perché – secondo molti osservatori – esperienze come quella della Virgin Galactic, di SpaceX o Blue Origin, attualmente riservate a un parterre d’élite, sono destinate a diventare la normalità in futuro. Quindi non saranno più soltanto le celebrità a poter vivere un’avventura in orbita, ma anche i comuni cittadini.

Da astronauti super-allenati a viaggiatori con pochi controlli

Un’evoluzione di questo tenore, però, comporta anche delle conseguenze da più punti di vista. I protagonisti del turismo spaziale, infatti, non sono più soltanto astronauti reduci da una vita di studi e allenamenti rigorosi che riducono al minimo il rischio di conseguenze mortali.

Ma sono semplici “turisti” che si sottopongono a blandi controlli e brevi allenamenti prima della partenza in orbita. E dunque, si chiedono gli esperti, cosa succede se qualcuno muore nello spazio? Cosa comporta, ad esempio, da un punto di vista legale? Di chi è la responsabilità?

Domande più che lecite su cui Newman e Caplan pongono l’accento nella loro riflessione. In base alla legge spaziale condivisa a livello internazionale, ogni Paese è responsabile dell’autorizzazione e della supervisione di tutte le attività spaziali delle singole agenzie nazionali.

Turismo spaziale, verso missioni sempre più lunghe

Un punto importante è la necessità di individuare l’esatta causa della morte di un passeggero di una missione commerciale. Negli Usa, se la dipartita è dovuta a un guasto di natura meccanica della cabina spetta alla Federal Aviation Administration intervenire con la sospensione della licenza per i lanci successivi di quella determinata compagnia e avviare un’indagine.

Attualmente le missioni turistiche in orbita si limitano a viaggi che vanno da pochi minuti a pochi giorni. Ma se il turismo spaziale dovesse prendere piede è probabile che la durata delle esplorazioni possa aumentare in modo significativo.

Ciò implica un rischio di decesso per cause naturali ben più alto. In questo caso come bisogna comportarsi? I due esperti suggeriscono dunque l’introduzione di un processo investigativo finalizzato a individuare l’esatta causa della morte di un turista spaziale.

Un’indagine per individuare la causa della morte

Finora, però, indagini così approfondite sono state avviate dalle agenzie spaziali statunitensi solo a fronte di incidenti di grave entità. Come ad esempio il disastro dello Space Shuttle Columbia nel 2003, che si disintegrò al ritorno sulla Terra provocando la dipartita dei sette cosmonauti a bordo.

Per questo, secondo Newman e Caplan, sarà necessario pensare a procedure simili anche per il turismo spaziale. Ma a chi spetta occuparsene? La legge spaziale internazionale stabilisce che il Paese in cui è registrata la navicella ha la giurisdizione su quell’oggetto spaziale e su chi vi è a bordo.

Questo è un punto di partenza valido, ma per i due professori è necessario andare oltre, suggerendo di trovare accordi “su misura” per ogni singola missione, visto che a volte i viaggi coinvolgono più di una nazione. Da ultimo, bisogna considerare anche la dimensione pratica.

Come si conserva un cadavere in orbita? Le ipotesi

E cioè come comportarsi nella gestione di un eventuale cadavere a bordo. Se le missioni sono brevi, il corpo può essere riportato sulla Terra in tempi brevi. Ma se si tratta di viaggi lunghi, nello spazio profondo, sorge la necessità di preservare i resti del viaggiatore deceduto al fine di evitare contaminazioni con gli altri membri dell’equipaggio.

Nel caso di un viaggio su Marte, che durerebbe anni, si potrebbe ad esempio congelare il cadavere così da alleggerirne il peso in vista del ritorno sul nostro pianeta. Impraticabile, invece, l’ipotesi di “smaltire” il corpo lasciandolo fluttuare nel vuoto: così si contribuirebbe soltanto ad aumentare l’inquinamento in orbita.

Da escludere, infine, anche l’idea della cremazione, di difficile realizzazione per questioni pratiche. Insomma, i dubbi sul tema sono tanti. Così come lo sono le implicazioni etiche, che spaziano fra barriere antropologiche, legali e culturali. Ma con l’imminente boom del turismo spaziale è importante iniziare a rifletterci.

Alessandro Boldrini

Classe 1998, laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione alla Statale di Milano, sono giornalista pubblicista dal 2019. Mi occupo di cronaca nera, giudiziaria e inchieste sulla criminalità organizzata. Ho mosso i primi passi nella cronaca locale, fino a collaborare con il quotidiano statunitense The Wall Street Journal. Sono un attivista antimafia e partecipo come relatore ad assemblee pubbliche sul tema al fianco di magistrati ed esperti del settore. Amo il calcio, la musica, il cinema e la fotografia.

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