Il 6 febbraio ricorre la Giornata internazionale contro l’infibulazione e le mutilazioni genitali femminili. Queste pratiche tradizionali, note anche come circoncisione femminile, sono eseguite in vari Paesi con finalità non terapeutiche. Molto spesso, inoltre, comportano gravi conseguenze per la salute psichica e fisica di bambine e donne che le subiscono.
Lo afferma anche Papa Francesco che, durante l’Angelus di oggi, domenica 6 febbraio 2022, ha ricordato come al mondo “sono circa tre milioni le ragazze che ogni anno subiscono tale intervento, spesso in condizioni molto pericolose per la loro salute”.
“Questa pratica, purtroppo diffusa in diverse regioni del mondo umilia la dignità della donna e attenta gravemente alla sua integrità fisica”, ha aggiunto il pontefice. Amnesty International stima inoltre che circa 140 milioni di donne in tutto il pianeta hanno già subito delle mutilazioni genitali.
Dove sono maggiormente diffuse queste pratiche e perché? Secondo l’Unicef le motivazioni dietro a questi interventi sono molteplici. Ci sono ad esempio ragioni sessuali, poiché funzionali a soggiogare o ridurre la sessualità di donne che spesso diventano vittime del traffico di esseri umani a scopo sessuale.
Ma anche sociologiche, come nel caso delle iniziazioni delle adolescenti all’età adulta, e di carattere igienico-estetico: in alcune culture, infatti, i genitali femminili sono considerati portatori di infezioni oppure osceni. Ci sono poi motivazioni religiose, come ad esempio prevede la Sunna nella penisola araba.
Quanto alla loro diffusione, le mutilazioni genitali femminili si praticano in diversi Paesi africani, del Medio Oriente, ma anche in Indonesia, Malesia e in alcuni gruppi etnici del Sud America, come gli emberá-chamí in Colombia. A volte, infine, sono eseguite illegalmente anche in comunità di immigrati in Europa, Usa e Australia.
Ovviamente i dati su queste pratiche sono solo stimati e corrispondono alle risposte a questionari anonimi o auto-denunce. Stando a un rapporto dell’Unicef del 2013, il maggior numero di infibulazioni si registra in Egitto; mentre la Somalia ha il più alto tasso di incidenza con il 98% di tutte le donne del Paese.
In totale, si praticano forme di mutilazioni genitali femminili in una trentina di Stati africani, con situazioni particolarmente gravi in nazioni del Corno d’Africa come Eritrea, Etiopia, Gibuti e Somalia, appunto. Pratiche simili sono diffuse anche in Paesi del Medio Oriente come Yemen, Iran, Iraq, Qatar, Bahrein e Palestina.
E anche nelle regioni montuose del Kurdistan turco. Infine, si registrano casi di infibulazione o altre tipologie di mutilazione in Asia centrale, meridionale e nel Sud-Est asiatico. Ad esempio in Afghanistan, nel Brunei, in Tagikistan e in alcune comunità tribali del Pakistan.
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