In Cina decine di condannati a morte sarebbero deceduti per l’asportazione dei loro organi quando erano ancora vivi. Sono le rivelazioni shock di una ricerca dell’Australian National University, che ha analizzato 124.770 documenti medici contenuti nei database delle autorità sanitarie nazionali e datati fra il 1980 e il 2020.
In particolare, il team di ricercatori è partito dall’analisi di alcune discrepanze fra la causa del decesso indicata nelle cartelle cliniche e le procedure mediche seguite dagli operatori sanitari prima del decesso. Queste pratiche – rivela lo studio pubblicato sull’American Journal of Transplantation – avrebbero riguardato circa 300 medici in 56 ospedali in tutto il Paese nell’arco di quarant’anni, causando la morte di almeno 71 persone. Alle quali i chirurghi avrebbero dunque asportato gli organi prima ancora che i pazienti fossero clinicamente morti. Vediamo quali sono le scoperte del gruppo di ricerca australiano.
Stando a quanto emerso dallo studio, le operazioni sarebbero state condotte su detenuti del braccio della morte (i condannati alla pena capitale), ma anche sui cosiddetti “prigionieri di coscienza”. Vale a dire tutti quei soggetti incarcerati per via delle proprie caratteristiche, come colore della pelle, religione, orientamento sessuale o credo politico.
A questi prigionieri, rivela il team dell’Australian National University, sarebbero stati asportati principalmente cuore, fegato e reni prontamente consegnati a donatori in attesa di trapianto. Operazioni che, di norma, sono eseguite dopo aver accertato la morte cerebrale del paziente, verificando se questo sia in grado o meno di respirare senza un ventilatore polmonare.
Nonostante nelle cartelle cliniche i prigionieri fossero indicati come deceduti, i circa 300 medici coinvolti non avrebbero mai eseguito i dovuti accertamenti. In altri casi, invece, sarebbero stati fatti utilizzando le maschere per l’ossigeno e non intubando i degenti. Insomma, una chiara violazione delle regole per il trapianto degli organi, secondo gli studiosi australiani.
Questa pratica che avrebbe inoltre contribuito alla crescita del mercato nero degli organi in Cina, anche grazie al “ruolo attivo” dei trapiantologi assoldati da Pechino. “Abbiamo scoperto che i medici sono diventati dei boia per conto dello Stato”, racconta al Daily Mailuno degli autori della ricerca, Matthew Robertson; oltre al fatto che la causa della morte fosse “la rimozione del cuore”, aggiunge.
Come detto, i casi sospetti riscontrati finora sono almeno 71. Ma secondo Robertson e il chirurgo israeliano Jacob Lavee, secondo autore della pubblicazione, il numero dei decessi causati da operazioni chirurgiche non regolari sarebbe di gran lunga maggiore. Queste pratiche, che la Cina ha sempre negato, sono infatti andate avanti per almeno quattro decenni. E, tuttora, i tempi di attesa per un trapianto negli ospedali cinesi sono di alcune settimane; mentre nel resto del mondo ci vogliono mesi se non addirittura anni.
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