MONDO

Il triste record degli attivisti ambientali uccisi nel 2020: la denuncia

Fikile Ntshangase non si definiva un’attivista ambientale. Era solo una donna di 65 anni che da sempre viveva nel suo piccolo villaggio, in Sudafrica. La donna aveva guidato le proteste contro la Tendele Coal Mine, che con la sua miniera vicino Somkhele aveva messo in ginocchio la comunità locale. L’azienda voleva espandere le sue operazioni a cielo aperto, cosa che avrebbe spinto circa 200 famiglie nei villaggi vicini ad abbandonare le loro case. Ma Fikile, voleva che quella casa rimanesse in eredità ai suoi nipoti e aveva iniziato le proteste.

È stata uccisa nel suo salotto, mentre il nipote giocava in giardino.

Fikile Ntshangase è solo una dei 227 difensori dell’ambiente uccisi in tutto il mondo nel 2020. Sono i dati del rapporto ‘Last Line on defence” dell’organizzazione Global Witness. Dati che registrano l’anno peggiore di sempre.

Ogni settimana muiono 4 attivisti ambientali

Global Witness è l’organizzazione che dal 2012 raccoglie dati sulle uccisioni di difensori della terra e dell’ambiente. Dalle analisi degli ultimi anni emerge però un quadro molto cupo. Diverse prove suggeriscono infatti che, con l’intensificarsi della crisi climatica, aumenti anche la violenza contro coloro che proteggono la loro terra. Ed è diventato chiaro che lo sfruttamento e l’avidità che guidano la crisi climatica stanno anche guidando la violenza contro i difensori del territorio e dell’ambiente.

Nel 2020, Global Witness ha registrato 227 attacchi letali – una media di più di quattro persone a settimana. Un record che rende il 2020 l’anno più pericoloso mai registrato per le persone che difendono le loro case, la terra e gli ecosistemi.

Questi attacchi letali si verificano quasi sempre nel contesto di una gamma più ampia di minacce contro i difensori, tra cui intimidazione, sorveglianza, violenza sessuale e criminalizzazione. Le cifre tuttavia, sottolinea l’organizzazione, sono quasi certamente sottostimate, con molti attacchi contro gli attivisti che non vengono denunciati.

Sfruttamento delle risorse naturali la causa più diffusa

Secondo quanto riferito, quasi un terzo degli omicidi è stato collegato allo sfruttamento delle risorse naturali.  Disboscamento, estrazione mineraria, agroindustria su larga scala, dighe idroelettriche e altre infrastrutture. L’industria del legname è stata l’industria legata al maggior numero di omicidi con 23 casi – con attacchi in Brasile, Nicaragua, Perù e Filippine.

I popoli indigeni, il più delle volte in prima linea nel cambiamento climatico, hanno rappresentato un ulteriore 30% dei casi. La Colombia ha registrato gli attacchi più numerosi, con 65 persone uccise l’anno scorso.
Un attivista senior di Global Witness, Chris Madden, ha invitato i governi a “prendere sul serio la protezione dei difensori“. Ha sottolineato che le aziende devono iniziare a “mettere le persone e il pianeta prima del profitto” o, ha avvertito, “sia la crisi climatica che le uccisioni” continueranno.

Questi dati sono un duro promemoria del fatto che combattere la crisi climatica comporta un onere insopportabile per alcuni, che rischiano la vita per salvare le foreste, i fiumi e le biosfere che sono essenziali per contrastare l’insostenibile riscaldamento globale. Questo deve finire” ha concluso.

 

Giulia Martensini

Classe '89, sono laureata in Giornalismo e Cultura Editoriale e mi occupo da diversi anni di redazione di contenuti per l'online e articoli in ottica SEO. Nata a Brescia, ho vissuto a Parma e Milano con una parentesi di 10 mesi a Salamanca. Lettrice accanita ed ex attivista di Greenpeace Italia, scrivo soprattutto di attualità, sostenibilità e cultura.

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