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Quarantuno anni fa il terremoto che distrusse l’Irpinia. Erano le 19.34 del 23 novembre 1980 quando una terribile scossa di 90 secondi di magnitudo 6.9 colpì la Campania centrale e la Basilicata centro-settentrionale. Interi paesi rasi al suolo, 280mila sfollati, 8.848 feriti e, secondo le stime, 2.914 vittime. I vigili del fuoco accorsero da tutta Italia in soccorso alla popolazione.
Il sisma ebbe come epicentro i comuni di Teora, Conza della Campania e Castelnuovo di Conza. I primi due in provincia di Avellino, il terzo in quella di Salerno. Secondo i dati riferiti dalla Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Oscar Luigi Scalfaro e attiva fino al 5 febbraio 1991, furono 687 i comuni colpiti dal terremoto. Di questi, 542 furono in Campania, 131 in Basilicata, 14 in Puglia.
Complessivamente, furono 37 i comuni ‘disastrati’, 314 ‘gravemente danneggiati’ e 336 quelli ‘danneggiati’. Secondo i dati Istat dell’epoca, l’8,5% dei comuni di tutta l’Italia subì danni a causa della scossa principale e di quelle secondarie, che andarono avanti sino a parte del 1981. Il sisma spazzò letteralmente via i tre paesi più vicini all’epicentro.
Subirono la stessa tremenda sorte cittadine come Laviano, Calabritto, San Mango Sul Calore, Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Senerchia e Avellino. Per lo Stato, il terremoto in Irpinia fu un’emergenza senza precedenti. I soccorsi si dimostrarono tardivi se non insufficienti, nonostante il grande sforzo dei volontari.
Le cause furono anche un coordinamento carente e l’impossibilità dei comuni colpiti di fornire informazioni precise. A 41 anni di distanza, resta tuttora emblematica la prima pagina de Il Mattino di Napoli a tre giorni dal sisma: “Fate Presto”. Un titolo che, ancora oggi, fa riaffiorare alla mente le immagini drammatiche di una delle più gravi catastrofi della storia italiana.
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