Mafia, la storia del Caravaggio rubato dai boss su cui indaga l’Fbi

A 52 anni dal furto, la ‘Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi’ vale venti milioni. La tela non è mai stata ritrovata e i pentiti di Cosa nostra hanno raccontato versioni discordanti

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Da sinistra: Giovanni Brusca, la 'Natività con i santi Lorenzo e Francesco d'Assisi' di Caravaggio e Gaetano Badalamenti (Wikipedia/Wikimedia Commons)
newsby Alessandro Boldrini18 Ottobre 2021


Esattamente 52 anni fa, nella notte fra il 17 e il 18 ottobre 1969, degli ignoti entrarono nella chiesetta dell’oratorio di San Lorenzo a Palermo. I malviventi portarono via dall’altare maggiore un quadro, la ‘Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi’, dipinto nel 1609 da uno dei maestri del Rinascimento italiano, Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio.

Oggi, a 52 anni di distanza, di quell’opera si sono completamente perse le tracce. E sul furto della tela indaga anche l’Fbi, secondo il quale il suo valore di mercato attuale si aggirerebbe attorno ai venti milioni di dollari. Tanto che il Bureau lo ha inserito nell’elenco dei dieci capolavori rubati più importanti al mondo; mentre in Italia le indagini sono state rilanciate dalla Commissione parlamentare antimafia della XII legislatura.

 

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Le opere sulla scomparsa della ‘Natività’

Ma quella di quest’opera non è la storia di un furto come gli altri. Dietro alla sparizione del capolavoro di Caravaggio si cela infatti una storia di mafia. Una storia così complessa da influenzare, vent’anni più tardi, perfino Leonardo Sciascia, che da questa vicenda trarrà spunto per il suo ultimo racconto, ‘Una storia semplice’, edito da Adelphi.

Più recentemente hanno ripercorso questa storia anche il giornalista Riccardo Lo Verso, autore de ‘La tela dei boss’ (edito da Novantacento, 2018), e lo studioso Michele Cuppone in ‘Caravaggio. La Natività di Palermo. Nascita e scomparsa di un capolavoro’ (Campisano, 2020).

I retroscena sul furto nei racconti dei pentiti

In questi 52 anni tante ipotesi e teorie più o meno fantasiose sono nate attorno al destino della ‘Natività’, alcune delle quali alimentate dagli stessi pentiti di Cosa nostra. Tesi che, a loro volta, hanno ispirato diversi sceneggiati televisivi, film e documentari nel corso degli anni.

Una di queste teorie vuole ad esempio che gli uomini del boss Gerlando Alberti, detto ‘U paccarè’, abbiano seppellito la tela in una cassa di ferro insieme a dollari in contanti ed eroina nelle campagne di Palermo. Nel luogo indicato dal nipote pentito del boss Alberti, Vincenzo La Piana, gli inquirenti non l’hanno però mai ritrovata.

I ricettatori e il terremoto in Irpinia del 1980

Nel 1980 lo storico e giornalista britannico Peter Watson ha invece raccontato di essere entrato in contatto a Laviano, nel Salernitano, con dei ricettatori che avrebbero provato a vendergli il quadro. Le parti fissarono un incontro per il 23 novembre di quell’anno, che alla fine saltò perché coincise con il giorno del terremoto in Irpinia.

I boss, il giudice Falcone e la ‘pista svizzera’

Nel novembre del 1989, un altro collaboratore di giustizia, Francesco Marino Mannoia detto ‘Mozzarella’, si attribuì la paternità del furto. Mannoia raccontò al giudice Giovanni Falcone che, smontando la tela dalla cornice e arrotolandola, il commando di ladri danneggiò in maniera irreparabile il capolavoro, il quale venne infine distrutto.

Le dichiarazioni di ‘Mozzarella’ avrebbero potuto dare nuova linfa alle indagini. Mannoia, infatti, parlò esplicitamente di un furto commissionato dalla mafia nonché di un ipotetico acquirente, forse svizzero. In seguito, però, i carabinieri del Nucleo Tpc, Tutela del patrimonio culturale, accertarono che il pentito confuse il furto con quello in una chiesa poco distante di un quadro attribuito a Vincenzo da Pavia.

Lo ‘Scannacristiani’ e il simbolo del potere

Nel ’96 toccò allo ‘Scannacristiani’, Giovanni Brusca. Nei primi mesi della sua collaborazione (inizialmente finta, poi divenuta reale) ‘U verru’ raccontò infatti ai magistrati di Palermo che Cosa nostra avrebbe restituito l’opera di Caravaggio in cambio di un allentamento del 41 bis, il regime di carcere duro. Ma lo Stato rifiutò.

Nello stesso periodo anche un altro pentito della mafia siciliana, Salvatore Cancemi, disse di aver visto la ‘Natività’. Secondo Totò Cancemi, infatti, i boss siciliani esponevano il capolavoro rubato 52 anni fa durante le riunioni della Cupola. Un chiaro segnale di ostentazione del potere mafioso.

Mafia, le ultime ipotesi sulla scomparsa del quadro

E si arriva così alle versioni più recenti. Nel dicembre 2009, nel corso di un’udienza, il collaboratore Gaspare Spatuzza raccontò che negli anni ’80 la Cupola affidò l’opera alla famiglia mafiosa Pullarà, capimafia del mandamento di Santa Maria del Gesù a Palermo, e che decretarne la fine furono topi e maiali. Spatuzza disse infatti che i Pullarà avrebbero custodito in malo modo il quadro e perciò i resti della tela furono bruciati.

Infine, nel 2017, l’ultima pista: l’ex boss Gaetano Grado raccontò che la ‘Natività’ venne scomposta e nascosta all’estero per essere rivenduta sul mercato clandestino. Più precisamente in Svizzera, dove, un anno dopo il furto, un antiquario la acquistò per un’imprecisata somma dall’ex capo della Commissione di Cosa nostra, Gaetano Badalamenti, alias ‘Tano seduto’. Ma la verità su questo capolavoro è ancora tutta da scrivere.


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